Il prezzo del fallimento occidentale
La Russia ha consegnato agli Stati Uniti il piano per il controllo internazionale dell’arsenale chimico della Siria, quello stesso arsenale che fino a due giorni fa il regime negava di avere. Oggi si incontreranno il ministro degli Esteri russo Lavrov e il suo collega americano, quel John Kerry che ora si vanta di aver determinato una svolta diplomatica nella crisi siriana ma che all’inizio aveva detto di esser stato mal compreso (Ryan Lizza, reporter del New Yorker, ha fatto un tweet definitivo, immaginando una conversazione tra il vicepresidente Biden, re delle gaffe, e Kerry, re del flipflopping tendenza gaffe: “Biden: La mia gaffe preferita? Quella volta che l’ho fatto diventare a favore del matrimonio gay. Kerry: Oh yeah? Io gli ho impedito di iniziare una guerra”)
6 AGO 20

La Russia ha consegnato agli Stati Uniti il piano per il controllo internazionale dell’arsenale chimico della Siria, quello stesso arsenale che fino a due giorni fa il regime negava di avere. Oggi si incontreranno il ministro degli Esteri russo Lavrov e il suo collega americano, quel John Kerry che ora si vanta di aver determinato una svolta diplomatica nella crisi siriana ma che all’inizio aveva detto di esser stato mal compreso (Ryan Lizza, reporter del New Yorker, ha fatto un tweet definitivo, immaginando una conversazione tra il vicepresidente Biden, re delle gaffe, e Kerry, re del flipflopping tendenza gaffe: “Biden: La mia gaffe preferita? Quella volta che l’ho fatto diventare a favore del matrimonio gay. Kerry: Oh yeah? Io gli ho impedito di iniziare una guerra”). Nel gioco di questa diplomazia casuale torna centrale il ruolo delle Nazioni Unite, con i nuovi dispacci che arrivano da Ginevra e parlano di otto attacchi di massa fatti dal regime di Assad e uno fatto dai ribelli nell’ultimo anno, con il segretario generale Ban Ki-moon che ripete che tutti ci porteremo addosso “il peso del fallimento in Siria”, e con la consapevolezza che si farà come dicono i russi, che non ci saranno condanne neppure formali per l’attacco chimico del 21 agosto visto che Mosca ripete che le prove non ci sono, né ci sarà neppure il più vago riferimento in alcuna risoluzione al famoso capitolo Sette, quello che prevede l’uso della forza se gli sforzi diplomatici non funzioneranno. Susan Rice, consigliera per la Sicurezza nazionale di Obama, aveva detto in un discorso pubblico, proprio mentre il suo capo cambiava idea sulla guerra e s’aggrappava all’iniziativa russa, che bisogna essere “realisti”, all’Onu non succede mai niente, “ci sono stata, è vergognoso”.
Il Monde ieri, in un rigurgito retroscenista carico di rimpianti e di nostalgia mitterrandiana, ha celebrato la risolutezza del presidente Hollande nel punire Assad, raccontando la telefonata di 40 minuti con Obama che gli spiegava che voleva il consenso al Congresso e la calma del capo dell’Eliseo, imperturbabile perché consapevole del suo essersi posizionato dalla parte giusta della storia. I francesi non chiedono il voto del Parlamento, hanno tutta l’opinione pubblica contro, ma insistono che un messaggio chiaro di punizione va dato ad Assad: pare siano all’Onu litigiosi e imbestialiti, ma inesorabilmente costretti ad aspettare iniziative altrui. Il cerino del guerrafondaio è rimasto in mano all’improbabile Hollande, ed è il segno di quanto poco si sia voluta fare questa guerra, di quanto debba essere piccola e inutile se si vuole farla passare per fattibile, di quanto devono essere storditi i siriani, che da due anni e mezzo vivono nell’orrore, ma non sono ancora meritevoli di una pur minima difesa internazionale.